lunedì 27 febbraio 2012

Lunga vita al calcio, lunga vita ai tifosi della Lazio

La sinfonia sgraziata, intristita da vicende note e meno note, resa goffa da infortuni a ripetizione, in un teatro sarebbe finita tra i fischi, e gli ortaggi. Il campo non mente mai, specchio fedele delle storture che ogni squadra cela, relega nel profondo dello spogliatoio, nella stanza dei bottoni societaria.  Ma il calcio è altro, ed è altro quando va oltre la prestazione e l'amarezza, quando la voce non trema, e quel biglietto per Madrid, con tre gol sul groppone, quel biglietto che neppure l'allenatore, ovviamente per altri motivi, non voleva usare, non finisce tra la carta straccia, accompagnato da maledizioni. Il calcio va oltre, quando un popolo si mette in movimento, 2600 voci non ci stanno, a lasciare da sola la squadra contro il Frente Atletico, nella bolgia del Calderòn, contro gli 11 indemoniati liberati in campo da Simeone. Il calcio va oltre, nell'incontro dei tifosi a Ponte Milvio. E cosi il calcio, che sa anche essere maestro, riparte da qui, la Lazio riparte da una delle poche note di sottofondo, struggenti per bellezza e passione, riparte dalle voci che si sono opposte allo strapotere numerico degli ultras madrileni sull rive del Manzanarre, e a 10 minuti dalla fine cantavano a squarciagola la loro passione per la prima squadra di Roma. La Lazio si guarda allo specchio, convinta di aver toccato il fondo, il paradosso supremo, la curva stagionale che non si può affrontare. La Lazio si guarda allo specchio, convinta di essere cadente e tetra, invecchiata e stanca, profondamente brutta, dall'alto del terzo posto ha vissuto una tragicommedia, totoallenatore, dimissioni, date respinte riprese. Si guarda allo specchio, e  l'immagine sconvolge, si guarda allo specchio, ed è bella come il primo giorno d'amore. Non ci sono le rughe incupite dal giorno fatale di Reja, non ci sono gli sguardi bassi dei giocatori, le mani sui fianchi, le parole per convincere il mister. Nelle voci che da Roma hanno seguito la squadra, e si sono ritrovate a tu per tu con Reja, che hanno smosso nel profondo del suo sguardo qualcosa di nuovo, ecce il calcio. Nelle voci che sciamano per la capitale iberica, che si fermano a Puerta del Sol, le sciarpe biancocelesti che tremano di fascino sotto la luce feroce di un tramonto spagnolo non fanno che annunciarlo al mondo, dalle cime dei tetti: il calcio non muore, finchè ci sono tifosi, il calcio non muore, finchè a dieci minuti dalla fine prima una voce, poi un'altra, poi ancora dieci, cento voci si uniscono in un solo coro, che vince lo spettacolo del campo, scavalca scommesse e Palazzo, e sale al cielo, bello, e bello davvero. Non su Facebook, non in poltrona, nelle strade assolate di Madrid, scortati dai poliziotti, accerchiati dagli ultras avversari, che cercano chi rimane solo, fino allo stadio, a testa alta in un Calderon stracolmo, a cantare la fede di tutti quelli che sono rimasti a Roma, che non sono potuti andare. Se cerchi una stella fissa, nella notte del calcio, eccola. Una volta si diceva, dopo una sconfitta bruciante, il calcio è cosi, questo è il calcio. E Madrid simboleggia nient'altro che questo, il calcio nella sua espressione più pura, senza violenza, vibrante di passione. Se cerchi una stella fissa, lunga vita al calcio, lunga vita ai tifosi della Lazio.


Fonte: lalaziosiamonoi.it

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